Il Dinosauro – I puntata

C’era una volta un pezzo di legno. Non un legno qualsiasi: era un bel pezzo di legno d’ulivo che non avrebbe dovuto però essere troppo contento della sua sorte: era sì bello venato, ma aveva una forma… Strana. Un tempo era stato un albero di taggiasca, alto e robusto, ma venne tagliato e sradicato, non so dirvi proprio perché. Né so dirvi il perché era finito in mezzo a calcinacci e scarti di ogni genere, nel fondo di una cantina di un’antica costruzione proprio nel mezzo di una collina un tempo divorata dalle formiche e poi bruciata, sempre arsa dal sole e battuta dal vento.
Il pezzo di ulivo non conosceva più quel sole, né quel vento.
Giaceva al buio e anno dopo anno, non vedeva mai le cose cambiare, solo di tanto in tanto sospirava – Oh! Se solo potessi tornare lì fuori come gli altri alberi, a prendere ancora pioggia, vento e sole! – e immaginava il tepore del sole, la frescura del vento e la goduria della pioggia che lo avevano un tempo nutrito e fatto grande per tanti secoli.

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Nella stanza non era solo, altri pezzi di legno erano stati abbandonati insieme a lui e per loro la cattività aveva assunto un animo maligno, così lo schermivano in egual misura per la sua forma un po’ appuntita e, di più, per invidia della sua speranza.
Di tanto in tanto, mentre le stagioni passavano, il povero pezzo d’ulivo continuava a lanciare il cuore fuori dalla cantina – Oh! Come vorrei sentire ancora gli uccellini che si posano sopra i miei rami! – E gli altri pezzi di legno, sdegnati, lo zittivano – Accontentati dei gatti hihihihi!
In effetti di gatti ve n’erano tanti, e anche di topolini. E il nostro pezzo d’ulivo, che era un sognatore e come ogni vero sognatore non si stancava mai di curiosare, chiedeva a loro di raccontargli cosa succedeva all’esterno della buia cantina. Così una volta i gatti, una volta i topolini, gli parlavano della stagione che scorreva, del suono delle cicale o della luce della luna.
Raccontavano del posto che stava cambiando lì fuori, stagione dopo stagione, di un frutteto che stava nascendo, dei cachi che crescevano, dei fichi che mettevano sempre più frutto, delle ramassin che profumavano d’antico, delle strane sculture che apparivano qua e là, di pozze che erano state riempite d’acqua cristallina. Parlavano di colori che sembravano vivi e iniziavano ad abitare le nuove dimore degli esseri umani, costruite proprio lì sopra e intorno alla cantina. Dicevano di gente che si aggirava con facce strane, osservava, disegnava, scriveva. E il povero pezzo d’ulivo, chiedeva, sognava e ricordava, conservando dentro una inesorabile scintilla di vita. Poi esclamava – Oh! Come vorrei sentire ancora il piacere delle mie grosse radici affondare dentro la terra!
Finchè un bel giorno…

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